formazione e rieducazione digitale
Grafica indotta e contesti della grafica
Stato e prospettive praticabili
fenomenologia estesa
Opportunità e comprensibilità.
Come sottolineato aprendo la prima parte della presente disamina, in queste nostre pagine ci si è più volte posti un problema di sensatezza: se talune questioni siano da lasciare a corso «naturale», se oggi sia migliore opzione dare, come si dice, tempo al tempo, così che mutazioni degeneri cadano per autonoma selezione.
Ma lo avremo poi tutto questo tempo? E se componenti nocive risultassero anch’esse diversamente efficaci e resistenti, fino al punto che si perda sensibilità del loro nocumento? Il fondato timore è appunto che la condizione attuale sia proprio questa, e non è certo di conforto che le problematiche settoriali rilevate si osservino estendersi ben oltre il campo grafico. Per altro verso, si ribadisce, l’evoluzione della cultura assai raramente si dispiega lineare, omogenea, per comparti, ma costellata viceversa di salti, variazioni e percorsi a ritroso, di fusioni, separazioni, contaminazioni e opposizioni, di intuizioni tenacemente rincorse e contingenze non previste. Rinnovando il dilemma, potrebbe dunque avere effettiva utilità una qualche forma di segnalazione, di allerta, di distinguo, se non proprio di indignazione? Infatti, per quanto si possano bene argomentare avvertenze, si sa che in assenza di riferimenti condivisi talune osservazioni critiche possono risultare oscure e insopportabilmente dissonanti rispetto al pensiero dominante, avviando facilmente ad arroccamenti pregiudiziali del tutto controproducenti. Fortissima è quindi la tentazione di soprassedere, se non altro per evitare di ritrovarsi, Catoni involontari, a dissertare isolati di rigorosi principi, per di più «incomprensibilmente».
Così più spesso si è lasciato andare, considerando che al cospetto di altre emergenti priorità contemporanee i nostri temi sono forse meno esplicitamente pressanti. Tuttavia resta sempre difficile ignorare che la comunicazione, e massimamente quella mediata dal codice scritto, è primaria fonte generativa dunque entità mai subordinata e trascurabile.
Insidie.
Va da sé che certe citate esortazioni almeno qualche sussulto lo determinino. Questo avendo a cuore assai meno l’accademia quanto invece la pratica diffusa della buona grafica e ciò che da essa può derivare: poiché il dato applicato, vale a dire la concretezza della formulazione comunicativa, condiziona l’esperienza di fruizione e quest’ultima educa infine la percezione e, di fatto, dà forma al contesto culturale. Ma ancor più che il potenziale prospettico dell’evoluzione dei «modi», la cui dimensione compiuta per condizione ineluttabile non può che sfuggire al contemporaneo, deve premere che il processo avvenga con effettivo margine di libertà e consapevolezza.
La reazione resiliente, quella che qui si propone, richiede tuttavia molta passione e altrettanta dose di buona volontà e ottimismo, specie non ignorando come il tessuto della comunicazione sia oggi monopolisticamente informato a sorta di pratiche solipsistiche di massa, in cui si confonde funzione con canale, canale con individualità software, software con precetto. Questione tanto dura da porre quanto apparentemente disperata da «con-vincere» nell’istante attuale. Ad esempio, come rinunciare a WhatsApp, almeno come unico canale, come modo e precetto universale insostituibile? Semplicemente rinunciandovi! Il mondo esisterà ancora, anzi apparirà più denso e sfumato di opzioni. Ma alla data in cui si scrive, il solo paventarne ipotesi è generalmente inteso come insensata eresia, anche negli ambienti culturali che si professano più liberi, progressisti, informati. D’altra parte è quasi certo che, valutate nel protrarsi di lungo periodo, tali derive monocorde, delle quali la suddetta app condensa nitido paradigma, siano destinate a implosione, con esiti difficilmente prevedibili nella loro interezza. L’osservazione odierna dei flussi restituisce infatti un quadro parossistico in cui, salvo troppo settoriali eccezioni, ogni componente sensoriale e interattiva esterna ai cosiddetti social, o assimilabili e assimilati, risulta ovattata, marginale, estemporanea. Date le premesse — vale a dire la tipologia, lo spettro e le modalità dell’interazione —, è evidente che il traguardato soddisfacimento compulsivo che sostiene tali ambiti non potrà che essere fugace e inesorabilmente imbrigliato nella virtualità, spesso al prezzo di aver partecipato l’universo mondo di ogni vacuità e intimità individuale, degradandola ulteriormente; questo, al contrario, per tempo indefinito e tutt’altro che virtualmente.
Da notare come il senso di tale distonia in qualche modo aleggi nella coscienza collettiva; ciononostante risulta prevalente una generalizzata sottostima del problema. Declinata in vari modi, la sottovalutazione è contraddistinta comunemente da passivo carattere gregario — tocca, lo fanno tutti! —, altre volte risulta invece ammessa deliberatamente in ragione di diversa maggiore convenienza — non se ne può pare a meno —, altre ancora si pone proprio a prescindere — a me va bene, eventuali problemi non mi interessano —, ciecamente pretesa! Al cospetto poi di situazioni di non eludibile evidenza, quali conclamati casi di trasfigurazione gravemente patologica della realtà o forme varie di dipendenza prodotte da questo uso distopico della tecnologia, è quasi regola che la minimizzazione viri in scostamento, in vera e propria rimozione.
In questo contesto è documentato come l’eventuale privazione del dispositivo e/o dell’ambito mediale crei nell’utente assiduo, comunemente patologico, vari stati di angosciato spaesamento: non solo per la forzata astinenza dal generare in prima persona nuovo flusso o a parteciparvi, non anche perché gli è reso inaccessibile lo storico di produzioni e interazioni personali, le quali a volte si avvicinano molto a costituire l’interezza dell’agito individuale, ma assai di più poiché egli si ritrova deprivato di un identificativo di sé, di un riferimento che oggi progressivamente sta acquisendo importanza cardinale nel definire relazioni sociali e autostima. In casi non poi così rari, esso può appunto giungere tragicamente a sovrapporsi integralmente al sé, a costituire l’intero individuale percepito, una sorta di riconoscimento/affermazione di esistenza: «posto ergo sum». A quel punto c’è poco da spiegare, da discutere, da relativizzare: oltre lo sprofondo c’è di fatto il nulla. Unica opzione, eventualmente salvifica, indurre il risveglio iniziando a costruire su basi diversamente concrete.
Altrimenti la realtà, l’esperienza, è tutta lì! Passato, presente, futuro, memoria, socialità, progetti, ambizioni…: codificati e precari in qualche server, e precariamente reali attraverso la virtualità di qualche applicazione. Una pratica essenzialmente fine a se stessa che si autoalimenta moltiplicando gli eventi e inversamente riducendone la consistenza, per diluizione e allontanamento dalla realtà, non solo fisica ma sostanziale.
Ne è indice rivelatore formidabile la perdita di interesse per i contenuti nella loro complessità ed effettività. Vocabolario modestissimo, sintassi e ortografia aleatorie, declinazione del codice contratta, fulminea e uniformata, tematiche vacue e routinarie. Uno stile «pratico», senza gravame di «fronzoli», di approfondimenti, di articolazioni, di partecipata originalità.
La comune stereotipata giustificazione è che si ricerca semplicità e immediatezza, ma ritmi e contenuti a parte queste posizioni rinunciano a priori di giovarsi del formidabile strumento dei registri linguistici, di contro assumendo implicitamente che chi usasse forme estese, complesse, specifiche sarebbe in assoluto lontano da comprensibilità ed efficienza comunicativa, per non dire inutilmente lezioso. All’opposto, la storia testimonia con innumerevoli tracce che il convivere di distinte tessiture sia regola antica ed estremamente funzionale alle molteplici finalità della comunicazione, nonché ostativa di nulla. In breve, nessuna crociata contro emoji, meme, o esposizioni a decalogo — quando va bene! —, ma certamente la stigmatizzazione del fraintenderli per esaustivi e preferibili, non viceversa come eventuali «note di viaggio», punti di partenza di veri discorsi. E invece registri estesi si trovano fortemente disincentivati nelle nuove modalità mediali, non appunto per pressione tecnica come si potrebbe superficialmente ipotizzare, ma per pressione di maggioranza, indotta da priorità e interessi assai discutibili. Non sembra infatti valere più il principio per cui prima si acquisiscono competenze e contenuti, poi si comunica significativamente; viceversa si comunica a prescindere, sorta appunto di prova d’esistenza, seguendo direzioni preordinate con modalità facilitate. È un attingere contratto ad abachi preformati quasi d’obbligo, a riferimenti di sintesi filtrati in qualche modo nella cultura temporanea (non è un refuso s’intende qui esattamente temporanea), immediati e fugaci q.b. Una riduzione a reiterare banali schemi rituali, tanto è monosillabico e povero il flusso atteso: al punto che quando avviene l’opposto, il codice ha ormai poca opportunità di essere del tutto compreso. S’impone oggi così un monopolio di registro, questo sì estremamente vincolante.
Più che di vantata sintesi si potrebbe dunque parlare di povertà linguistica: assolutamente atta a mantenere facile e accessibile la funzione, con mera ragione di sussistenza e diffusione del mezzo, perfettamente aderente a precisi scopi utilitaristici di informazione, gestione, previsione, orientamento, ecc. Lingua efficientemente depauperata del complesso degli schemi, delle articolazioni e delle qualità minute pertinenti a significati e valori diversi da quelli «previsti» e utili all’intento della data piattaforma. Guai se un codice pieno potesse per ventura risultare creativo di pensiero fuori dall’affiliazione! Guai se eccedesse le riduttive tipologie canoniche rischiando di divenire veicolo potenziale d’altro!
Di ciò non risulta inquietante il tentativo di controllo, del tutto prevedibile e parte delle cose, quanto l’ampiezza del seguito incondizionato che in genere riscontra: se non altro perché è esattamente un barattare tesori contro luccicanti chincaglierie. Quello che ancora di più inquieta è che il fenomeno appare tanto globale e ramificato da far dubitare che ormai vi possa sottendere una comune per quanto mefistofelica intelligenza: vale a dire ci stiamo approssimando al collasso totale del senso.
Ragioni e fattispecie macroscopiche.
Accanto a cause sostanziali profonde di cui abbiamo già accennato in precedenza, e che attengono propriamente a metabolismo culturale, di queste dinamiche male orientate esistono ragioni «banalmente» strutturali? Vale a dire, sono individuabili delle falle nelle meccaniche di superficie sulle quali poter eventualmente intervenire con maggiore immediatezza? Macroscopicamente si potrebbe sintetizzare tutto come pessima applicazione della rivoluzione tecnologica. Ma ritorna il quesito: perché? Prevedibilmente perché, mutatis mutandis, il mondo dei balocchi è di attrattiva più immediata rispetto all’impegno per la conoscenza: se non proprio lucignoli i pinocchi versione burattino restano la maggioranza.
Ma questo abissale cedimento di libertà e intelletto cui assistiamo può davvero esaurire qui, epidermicamente, le sue giustificazioni? È soltanto perché si lega a spicce facilitazioni di vario ordine? Probabilmente no.
Congiunte a questa componente tragicamente oggettiva si possono infatti osservare altre non meno significative sfaccettature, tutte accomunate da un fraintendimento di fondo: che la rivoluzione informatica sia più o meno confinabile al campo tecnologico, riduttivamente a prassi applicativa, per taluni a opzionale dettaglio di margine, nonostante l’evidenza del suo massivo dilagare. Non è per nulla così!
Nei diversi comparti è tuttora lontanamente dall’esaurirsi il fenomeno dello «sbottare» acefalicamente euforico e del tutto incompetente verso i nuovi strumenti digitalizzati. D’improvviso si scopre che servono mezzi e competenze digitali!? Magari per la principale preoccupazione di finanziamenti da non lasciar sfuggire, regolamenti da assolvere, evoluzioni da rincorrersi obbligatoriamente, pena il ritrovarsi tagliati fuori, in primis per reputazione, dunque banalmente per forma non per sostanza programmatica. Altra sorta di euforia prende corpo in improbabili visioni taumaturgiche dell’informatica, quasi costituisse occasione e panacea universale. Sorge, spesso ormai largamente fuori tempo, l’imperativo di seguire e inventare nuove strade: la fantomatica innovazione. Non importa se il tal contesto si caratterizzi per pressoché totale assenza di basi, di riferimenti, di idee significativamente competenti: questa è la tendenza! Incanti subitanei ed esplosivi, più o meno spontanei o indotti, che si generano quando inevitabilmente non tengono più gli argini di ottusità e resistenze al nuovo, già funzionali alla difesa statica di pregresse assodate posizioni. Ciò in ambiti decisionali, istituzionali, accademici, ma che riguardano anche attività e costumi del comune privato cittadino.
Ben vivo il ricordo di quando in pochi e isolatamente, con significativo investimento di tempo e di risorse, ci si arrabattava curiosi con versioni pioniere di sistemi operativi e applicazioni, a far cose che allora sarebbero certamente riuscite in modo molto più amichevole con gli strumenti analogici tradizionali. Accompagnando il progredire di questa straordinaria era, si intuiva lo sconfinato potenziale in gioco. Quanti di più invece, solo alla vista di quel terminale scarno e ostico, mostravano allora insuperabile scetticismo e rifiuto! I più illuminati al massimo inquadravano (e tuttora inquadrano!) la nuova tecnologia quale sorta di altro utensìle.
Proprio fra questi ultimi si vedono oggi i più accaniti «cultori» di dispositivi e piattaforme assolutamente amichevoli e predigerite, di cui far sfoggio d’immagine e delle quali continuano a non comprendere la sostanza oltre routinari e preordinati sottoutilizzi, in genere decadenti: vacui, autoreferenziali o banalmente utilitaristici. Si dirà: ora che quelle tecnologie sono davvero accessibili le adottano, le sfruttano... corretto. Non è però una questione di usabilità concreta, o di pura gestione tecnica, ormai ben surrogata dalla tecnologia stessa, ma appunto di uso solo «preteso» e miope, ben poco integrato a una visione rotonda e solida. Ciò insuperabilmente deforma gli esiti.
Scintille.
Si è accennato ad eccezioni. Fortunatamente esse esistono e di certo esisteranno in maggior numero in futuro! Sono proprio quelle a rendere plausibile la speranza di migliori sviluppi del digitale applicato, e a dare ragione a questo tipo di disamina. Dobbiamo adoperarci perché diventino regola e componente maggiore. Come sottolineato si tratta di casi atipici ed estremamente localizzati, ma spesso di valenza portante. Vari per tipologia, ambito, consistenza e articolazione dei contenuti, utilizzo rigoroso o evolutivo del mezzo digitale; ve ne sono di promozione istituzionale (università, enti di formazione e di ricerca) o comunque a grande scala, ma anche opera di gruppi minimi o di attività individuale: in sintesi, un arco che va da veri e propri ambienti operativi fino ad applicazioni di campo estremamente settoriale. Vengono in mente taluni cataloghi e repertori, basi digitali di varia natura, hub di interscambio documentale che hanno contribuito ad amplificare in modo rivoluzionario le metodiche di accesso alle fonti e a potenziare straordinariamente le interazioni fra studiosi e ricercatori; e ancora interpreti e librerie software, interfacce, applicazioni informative o d’elaborazione, funzionalità georeferenziate di utilità diversa, supporti e portali didattici e d’approfondimento. In ambito strettamente applicativo i più confortanti esempi sono spesso accomunati da gratuità, codice sorgente libero, o perlomeno aperto, e diffusione vasta, a bilanciare altrettanto potenti corrispondenti proprietari. Questi ultimi non è affatto detto che per definizione non possano partecipare a questa categoria di eccezionalità, tuttavia se talvolta si accomunano a primi anche per il libero accesso, formidabile passepartout di diffusione, più raramente sono offerti con codice sorgete aperto, trasparente garanzia di sicurezza e di intenti. Di per sé, infatti, gratis non è sinonimo di «puro e disinteressato». Va però sottolineato che non è vero nemmeno l’opposto. Lo sviluppo software, specie di qualità, richiede impegno di risorse importanti di cui è assolutamente indispensabile e condivisibile richiedere ragionevole contropartita e protezione di diritti d’autore. Come valutare sia questi che quelli? I fattori da considerare sono molti, ma selezionando alcuni dati immediatamente tangibili: le qualità funzionali, l’interoperabilità con strumenti esterni, gli eventuali intenti e legami tangenziali (ad esempio con correlata costellazione software), il pregresso storico, le prospettive nel medio periodo, ma soprattutto la quantità e la qualità di dati e risorse personali che si richiedono obbligatoriamente implicate.
Queste «eccezioni» riguardano fortunatamente anche la comunicazione grafica, scrittoria e visiva in genere. Rispetto ad altri comparti esso tuttavia sembra soffrire di più generalizzato degrado, sebbene talora mascherato da assai volubili fantasmagorie o altrettanto precarie patine di facciata. Applicazioni e funzioni «bellissime» ma sovente solo cosmetiche, quando non effettivamente deformanti e depauperanti di sostanza: è sì, proprio il caso della virtualizzazione di pessimi maiuscoletti né è esempio diffuso e lampante! Eppure sin dalle origini della storia, di cui essa è fondativa per definizione, la comunicazione grafica, e poi in successione quella scrittoria, è stata espressione apicale, privilegiata e avanzatissima di design, campo di sperimentazione e di innovazione, in primissima linea nell’evolvere modi e strumenti in consonanza agli sviluppi del pensiero, della tecnologia e della società: mai impoverendosi, ma sempre aumentando di efficienza, di articolazione, di espressività, di caratura.
Proprio per questo, sebbene «invisibili» ai più, quel maiuscoletto falsificato, quel corsivo inopportuno, quelle spaziature sgraziate e arbitrarie, quelle imprecisioni e ambiguità... anche fossero palesi solo a vecchi residuali cultori, si pongono quali occorrenze drammaticamente stridenti, segnali in superficie di un male profondo della disciplina, il quale si estende ben oltre il campo grafico, appunto alla cultura.
responsabilità e prospettive
Cosa è sfuggito?
Si è qui provato a significare come nella rivoluzione informatica, rapidità e pervasività abbiano avuto espressione imprevista e imprevedibile, in che modo per tipologia e dimensione il fenomeno sia stato radicalmente diverso da ogni precedente di cui si avesse avuta esperienza storica, infine, come in ciò abbia avuto peso decisivo la distintiva sostanza immateriale dello sviluppo, la quale ha determinato effetti dirompenti. Oggettivamente è stato, ed è tuttora, assai difficile fronteggiare evoluzioni in cui le tecnologie hanno così alta propensione a ridisegnare negli esiti le intenzioni originarie e a travalicare gli orizzonti anche delle ipotesi più lungimiranti. La connaturata attitudine ad autoalimentarsi genera in continuo nuovi campi e nuove opzioni operative, moltiplicando potenza e prospettive. In tutto questo non possono però svincolarsi da responsabilità coloro che, subito partecipi delle progressioni di novità, non si sono dimostrati altrettanto pronti ed obiettivi nel ravvisare le problematiche in nuce e nel contempo non sono stati sufficientemente efficaci, fiduciosi e perseveranti nell’educare al nuovo mezzo mentre esso si faceva. Forse è proprio lì, nei momenti iniziali, che si possono ritrovare errori determinanti e fatidici crocevia. Miope euforia unita a certa dannosa concitazione: per tenere il passo dell’incalzante evoluzione non ci si è voltati a fissare qualche segnavia per chi seguiva appena dietro, magari scontando una maggiore resistenza ai nuovi strumenti, o semplicemente una successiva cronologia. Solo con troppo ritardo si è percorso poi a ritroso quel sentiero tentando di recuperare, spesso inutilmente: i più nel frattempo avevano frainteso la strada. La velocità stessa del processo aveva infatti preso il sopravvento e propositi iniziali, radici e riferimenti si ritrovarono presto dilavati dal fluire dei cicli di sviluppo. Si sono così aperti vuoti, liberi per essere colmati arbitrariamente.
Fraintendimenti.
Già in passato autorevoli maestri della grafica avevano avuto modo di contraddire l’opinione corrente affermando che sarebbe un mondo insopportabile quello in cui ogni cosa avesse sempre sviluppo ineccepibile e consequenziale.1 Utilissima, se non indispensabile, la fresca spontaneità di approcci anche approssimativi e spregiudicati, di realizzazioni emozionali, sgraziate, brutte, fine a se stesse, contro la sterile monotonia della perfezione accademica. Parallelamente un pensiero più generale sostiene, in sintesi, che nei ricorsi evolutivi sia talora eventualità augurabile perdere, per così dire, memoria del passato e ricominciare da zero, magari ricadendo in precedenti errori ma purificandosi in origine da altri, così come da influenze latenti della tradizione che possano condizionare negativamente la creatività. Ne risulterebbero molti casi erronei, altri certamente fallimentari, ma sarebbe questa l’unica possibilità per poter aspirare, anche in esiguo numero, ad importanti approdi di reale novità e sviluppo. In grafica, ad esempio, è stata spesso associata questa condizione allo stato attuale della tipizzazione alfabetica: caduto ogni vincolo di competenza specifica grazie alla facilitazione digitale, la derivata iper produzione di font insulse e scriteriate sarebbe stato il prezzo inevitabile per averne uno sparuto numero di effettiva valenza innovativa. Contraddire programmaticamente le regole è certo una via perseguibile e non inedita per attualizzarle e sintetizzare nuove direttrici. Non equivale tuttavia a un liberi tutti! Se perseguiti troppo «spensieratamente», infatti, tali approcci posso fatalmente cadere in vizi logici evidenti, primo fra tutti quello per cui è impossibile stabilire un criterio di novità in assenza di riferimenti pregressi. Spesso, inoltre, risultano fallati in origine da un disequilibrato concetto di creatività, quale attitudine libera, spontanea e onnipotente, svincolata da cultura e razionalità. Del resto la mal compresa natura dell’atto creativo è vizio frequente nel pensiero attuale, e frutto di innumerevoli guai e mistificazioni in tutti gli ambiti. Bisogna infatti distinguere fra le provocazioni di creativi e intellettuali cui non difettano basi tecniche e culturali e nitida riflessione prospettica, da uno svincolo generale dai doveri della formazione: in breve, è ammissibile che ognuno possa eventualmente seguire impulso ad espressione artistica, ma non la pretesa che essa debba considerarsi tale per autodefinizione. Estesamente insuperato è ad esempio il fraintendimento che l’arte possa essere esito sublime di innata, estemporanea e arbitraria attitudine. Questa posizione oltre a rivelare superficiale nozione della natura umana, dimostra non contezza della sostanza profonda del linguaggio dell’arte. Esso tocca corde diversamente irraggiungibili, svela strati sorprendenti diversamente celati, comunica a molteplici livelli congiuntamente, ma in modo assolutamente vero e tangibile. Dove autenticamente presente, consta sempre dei medesimi «universali» da cui l’uomo mai sfugge: di senso, di spazio, di tempo... evolvendo il messaggio in rapporto alla propria contingenza; inseparabile dunque dalla consonanza culturale e dalla competenza dei termini, quand’anche per opposizione od estraniamento. Diversificatissimi sono i canali attraverso i quali fluisce e si concretizza la sensibilità artistica, ma anche nei casi in cui arbitrarietà o casualità sono parte del metodo, le formulazioni non si possono affatto dire prive di regola e d’intenzione. La regola della non regola è già una regola. Non solo in grafica si può provare che dove più significativa emerge la creatività tanto più consistenti si riscontrano i dati di partenza e gli obiettivi, in altre parole si rileva maggiore sensibilità e consapevolezza culturale. Tornando alle font, chi sostiene che sia auspicabile dimenticarsi del passato decide di non prendere in considerazione capisaldi di poderosa creatività che invece hanno fatto base su riflessioni di ampio respiro, sensibili alla contingenza ma compiutamente consci della tradizione. Si potrà eradicare ogni pianta e seminare una specie del tutto diversa ma poco evitabilmente si coltiverà infine su medesima terra…
Se e come poter recuperare? Forse...
Da quanto fin qui osservato dovrebbe risultare evidente che eventuale medicamento per questa nostra rivoluzione digitale, talora così superficialmente interpretata, non possa parzializzarsi al caso isolato, o restringersi disciplinarmente al solo campo della comunicazione, benché esso sia vastissimo e probabilmente più perturbato di altri. Si richiede invece un intervento culturale ampio. «Scappati i buoi...» servirebbe infatti ben poco fissare a riparo puntuali localizzate normettine, enunciare principi senza che vi corrisponda piena cognizione della materia, stilare accattivanti decaloghi presto e bene tipici di certi inquietantissimi e tragicamente pullulanti corsi per apprendisti stregoni. Si tratterebbe infatti di falsi rimedi che potrebbero al più aggravare il danno, malcelandolo.
Finché almeno ne saremo in tempo — non si sa per quanto ancora —, non pare evitabile il passaggio attraverso una propedeutica fase di vera e propria ricognizione delle basi, di ricomposizione delle disordinate sfrangiature disciplinari, mettendo in chiaro quanto in termini di oggetti, metodi e ragioni ci viene dall’enorme plurisecolare sviluppo che ha preceduto la nostra contraddittoria epoca. Un approccio da non attuare affatto con intento restaurativo ma, al contrario, quale rinvenimento delle linee evolutive della tradizione al fondamentale scopo di recuperare memoria di tracciato. L’arrocco anacronistico al passato, il tentativo di rieditarlo oggi tal quale, è infatti insensato nella stessa misura del confidare nella bontà di uno sviluppo dimentico delle radici. Il fondato timore è però che eventuali azioni in questo senso ormai non si possano più attuare con autentico rigore disciplinare, scevro da derive diversamente condotte.
In secondo luogo si pone la contestuale esigenza di rendere effettiva la competenza espressamente digitale. Ciò nei diversi contesti in proporzione: estesamente per le sue componenti generali, e in misura adeguatamente specifica nei distinti ambiti particolari. È infatti necessario eradicare la stentata prassi di ridurre tutto alle sole nozioni superficialmente operative, ma assicurare invece giusta competenza della natura intrinseca della base tecnologica, sia di procedure sia di strumenti, nonché dei meccanismi dinamici e di relazione ad essa correlati. Sarà così facoltà comune il comprendere davvero quanto sotteso e in nuce si leghi all’evoluzione di tecniche e intenzioni, quali siano i nessi fra pressione d’impatto, progressione e penetrazione negli strati tecnici e culturali contigui, quali gli stati e i canali sistemici di coinvolgimento, di parzializzazione e confinamento, quali i potenziali pericoli da cui guardarsi, quali le opportunità da poter cogliere, ecc.
Solo attraverso la cura di questi due piani di conoscenza, della tradizione e dell’attualità, nella loro natura culturale e specificità tecnica, è possibile pensare di poter selezionare virtuosamente obiettivi, padroneggiare strumenti, sviluppare funzioni, modalità, formulazioni, oggetti. Vale a dire, formare soggetti consapevoli, propositivi ed efficienti in un contesto operativo chiaro e limpidamente definito; non, all’opposto, incubare entità passive e parzializzate in una nebulosa società di era informatica.
Ma è davvero necessario?
Per dirimere il dubbio se il problema sia davvero reale e consistente si osservino alcuni comuni scenari odierni: banalmente come i più diffusi strumenti a base digitale, anche proprietari, vengano offerti copiosi e in forma gratuita diversamente da ogni altra evidenza storica e tendenza, e come essi facciano in genere capo a costellazioni monopolistiche chiuse, con connessioni interne incrociate automatiche, e all’esterno siano in forte incompatibilità reciproca.
Così in contesti di marcata fidelizzazione, di pratiche consolidate e funzionalità che si rendono via via scontate e strutturali, risulta molto difficile sfuggire a ogni diverso orientamento ed evoluzione che implicitamente si imponga dall’alto. In questi sub universi totalizzanti diviene quasi impraticabile riservarsi margini di autonomia per disegnare propri assetti e modalità/gradualità di fruizione. Si pensi ad esempio alla forte pressione che attualmente è esercitata sulla collocazione degli archivi personali, di cui si induce forzatamente il deposito in server esterni non propri. Siano backup di sistema, dati documentali, messaggistica, multimedialità, banalmente la rubrica dei contatti personali... si tratta complessivamente del nucleo sensibile ed essenziale delle nostre risorse, che sono appunto i dati, gli elaborati. La polarità infatti è lì, non certo sulle funzioni utilitaristicamente offerte! Vi è, a palliativo mascheramento, la verosimile prospettiva che la base operativa futura, il computer di ennesima generazione, converrà per tutti sia dislocato rispetto all’interfaccia, così che i dispositivi periferici possano essere sempre più agili, moltiplicati e sincronizzati, il sistema sempre più reticolato ed efficiente, i contenuti certificati per autorevolezza e tutelati nei diritti. Ma ammesso che ciò possa avere senso ed effettiva realizzazione, auspicabilmente dovrebbero porsi opzioni decisamente più congrue per l’utenza. Ad oggi, di questo implicito baratto che universalmente si tende a realizzare, la contropartita sono i nostri dati, nonché il controllo sulla loro effettiva proprietà e le collegate funzionalità elaborative.
L’accoglimento pressoché tacito e generalizzato di tale condizione costituisce palese certificazione della massiva assenza di consapevolezza degli utenti rispetto ai valori in gioco, ignari delle dinamiche digitali e della relativa composizione dei rapporti costi/benefici. Certamente il cappone non paga in denaro la partecipazione al pranzo di Natale!
Non fosse ancora chiaro… si dia una sbirciatina appena sotto superficie al funzionamento dei principali browser o dei più diffusi client, oppure alle comuni opportunità di archiviazione immagini e condivisione dati, od ancora alle preordinate soluzioni di backup e ripristino dei principali sistemi. Fatte le debite eccezioni ovviamente...
Monopoli che da tempo hanno abbattuto i confini fra software e hardware, tra virtuale e fisico, necessario e indotto, mio e non più mio(!), deliberato consapevole e il suo esatto opposto.
È assai probabile, per paradosso, che qualora si raggiungesse infine piena padronanza ed estesa contezza del razionale sotteso a tutto ciò, il fenomeno nella forma in cui attualmente si articola ed equilibra perderebbe di senso e verrebbe meno.
Prospettive praticabili.
Anche qui risulterebbe del tutto inutile figurare contrapposizioni a priori, sobillare drastiche e ideologiche battaglie, segnare sulla lavagna l’elenco dei buoni e dei cattivi. La costituzione e il mantenimento di quei citati servizi, appunto per nulla gratuiti, di interconnessione di dati e risorse, di potenzialità elaborative, di canali e modalità di comunicazione, ecc., ha costi assai concreti e di consistenza non solo economica. È scorretto e illusorio poterli ritenere assolti per altrui liberalità, tantomeno di entità imprecisata e sconfinata, o attraverso marginale carico promozionale, la pubblicità, tollerando la quale si crede di poter saldare il conto. Gli utenti più avvertiti preferiscono (o preferirebbero) corrispondere un dovuto certo e giusto per le risorse digitali che utilizzano, piuttosto che pagare cliccando spunte opache, mezzo assodato di indistinta cessione di diritti di possesso, di riservatezza, di libertà.
Purtroppo in questo senso le istituzioni non sembrano aiutare, oggi come in passato. Proprio lì, ancor prima che altrove, ci sarebbe bisogno di assumere reale cognizione dei problemi, unita a effettiva determinazione nell’intervenire sulle complicate questioni. Viceversa tipicamente in quelle sedi si riduce tutto a palliativi male arrangiati e burocratici, con non marginale obiettivo di sedare l’onnivora accomodante pubblica opinione. Ma non è occupandosi ineffabilmente di cookie e di privacy, oppure altrettanto male e parzialissimamente di diritto d’autore, od ancora solo occasionalmente e in casi puntuali di inequivocabili manifesti eccessi da parte di attori dominanti che si dimostra reale comprensione del problema, né volontà di soluzione, né si può pensare di trovare produttiva via d’ordine. Ne sono prova i vani garbugli normativi faticosamente assommati: gran parte fuori bersaglio e controproducenti, generativi di inutile complessità, di oneri fini a se stessi, e di altrettanto imponente quantità di consensi impliciti fattualmente estorti a cedere diritti. Quale il senso se poi funzioni pubbliche strutturali si osservano contraddirne i precetti appoggiandosi più o meno ufficialmente(!) alla famosa app di messaggistica vorace di dati o sdoganandone altre consimili? Quali i concreti risultati se non il proliferare parassita di mestieranti della burocrazia? È incontrovertibile che per ora il maggiore se non unico effetto di provvedimenti normativi similmente fondati è stato il proliferare di oneri sterili e obbligate consulenze, per di più di sostanza generalmente aleatoria vista la farraginosità del campo. Oneri palesemente iniqui, perché praticamente limitati solo alle parti deboli, considerato che i grandi protettorati mantengono largamente posizione di forza quindi continuano ad avere l’ultima parola, inattaccabili per struttura a prescindere dalla legge. Poca cosa le rare colossali sanzioni, in genere poi miseramente transate, a coloro per i quali il denaro non potrà mai essere vincolo dissuasivo visto l’attivissimo sbilancio delle convenienze. Finché sarà minima la compagine dell’utenza consapevole e disposta a rinunce o a virare verso modi alternativi, si potrà ben poco oltre la presa d’atto e il soccombere rassegnato di chi viceversa quella volontà e contezza l’avesse. Gli altri, tragicamente resteranno in assoluta passività.
Eppure aiuterebbe tantissimo già semplicemente fare pubblica chiarezza su posizioni e rapporti, e definire poche limpide regole, tassative e invalicabili, circa l’uso, il controllo e la gestione dei flussi dati, disinnescando per ognuna delle parti ambizioni e pretese oltre il dovuto legittimo.
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- Interessanti in proposito le notazioni di Sebastian Carter e Nigel Bents al simposio Bad Type: Third Annual Friends of St Bride Conference, London, St Bride Institute, 18–20 ottobre 2004, (assenti atti pubblici), come riportate al cap. 18, pp. 269-271, in Simon Garfield, Sei proprio il mio typo — La vita segreta delle font; traduzione italiana a cura di Roberta Zuppet, Milano, Ponte alle Grazie, 2012, pp. 364, ill., (titolo originale, Just my type, London, Profile Books Ltd, 2011). ^rif.